Se il campo di sterminio diventa una Spa. Smemorie dalla Shoah

Digitate “Staro Sajmište” su Google. Otterrete circa 326.000 risultati e apprenderete che si tratta di un quartiere di Belgrado che fu scelto per ospitare un’Esposizione universale organizzata dalla Jugoslavia nel 1937.

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Il padiglione italiano all’Expo di Belgrado del 1937

Ma dopo l’attacco dell’Asse e l’occupazione della Jugoslavia, il 6 aprile 1941, quel luogo è divenuto un campo di concentramento e di sterminio di vecchi, donne e bambini ebrei. Dopo quella data, il campo di Sajmište avrebbe rappresentato per il mondo uno dei simboli dell’orrore nazifascista.

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Deportati al campo di Staro Sajmište

 

 

 

Su questo campo di concentramento e di sterminio esiste una vasta storiografia che ha studiato i campi di concentramento organizzati dall’Asse nell’ex Jugoslavia, esaminando i vari aspetti della politica di sterminio dell’Asse e dei suoi alleati, specialmente la Croazia ustasha. Debellata la Jugoslavia indipendente, il sito di Staro Sajmište divenne quindi un campo di concentramento adibito allo sterminio degli ebrei, quasi tutti di Belgrado, la cui comunità fu decimata per circa il 90%.

Trovandosi al di là del fiume Sava, che rappresentava il confine tra la Serbia e il vecchio impero austro-ungarico, il campo di Sajmište si trovò ad essere nel territorio della Croazia indipendente e dei suoi Ustasha, i quali non di rado si mostrarono verso gli ebrei molto più crudeli dei tedeschi. Com’è noto, a Sajmište dal marzo 1942 gli ebrei (insieme ad altri prigionieri di guerra e a dei rom) furono gasati con gli scarichi di un camion, il Sauer, appositamente a ciò adibito, e inviato da Berlino su richiesta del comandante del campo di Sajmište.

Ebbene questo sito, posto nel cuore di Belgrado, oggi dovrebbe rappresentare un monito perenne per le giovani generazioni e un omaggio verso coloro che sono morti.

Ma Staro Sajmište non è niente di tutto questo. Ciò che dovrebbe essere memoriale contro tutti i genocidi, ai tempi di Tito fu assegnato ad artisti, alle brigate dei giovani lavoratori o semplicemente per farne delle abitazioni.

Oggi Sajmište è un luogo negletto e nemmeno troppo ameno (anzi piuttosto desolato), per giunta adibito ad attività commerciali di vario tipo: una palestra, un night club (il Posejdon),

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L’ingresso del Night Club “Posejdon”, della palestra, e della scuola calcio nella baracca principale del campo di sterminio

un ristorante, una centrale della compagnia di taxi Pink, una scuola calcio. Si aggiunga che negli anni Novanta il governo serbo ha consentito ai profughi provenienti dalla Bosnia-Erzegovina di rifugiarsi e prendere possesso di alcuni padiglioni del sito.

La Comunità ebraica di Belgrado ha avuto non poche difficoltà nel cercare di persuadere le autorità locali che quel sito oggi dovrebbe essere un memoriale. Nondimeno, è necessario riflettere su quello che sta avvenendo e cercare di capire i motivi per cui si è messa una sordina sulla memoria collettiva ebraica in Serbia.

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Varie baracche del campo di Staro Sajmište sono ormai abitazioni di profughi bosciaci

Sicuramente la recente guerra nella ex Jugoslavia può avere in qualche modo influito su una tale situazione e sui rapporti fra le varie etnie, anche dal punto di vista della memoria storica. Resta il fatto che l’umanità intera reclama che Sajmište diventi luogo di riflessione e non spazio consumistico ordinario.

 

 

Come se nulla, ma proprio nulla, fosse mai accaduto oltre settant’anni fa.

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